Nuremberga, il dramma storico scritto e diretto da James Vanderbilt, va in onda su Canal+ martedì 29 settembre 2026 alle 21:10. Uscito nelle sale in Francia il 28 gennaio 2026, il film riunisce Rami Malek, Russell Crowe e Michael Shannon attorno al processo intentato ai principali responsabili del regime nazista dopo la Seconda Guerra mondiale.
Ispirato al libro-documentario The Nazi and the Psychiatrist di Jack El-Hai, il racconto adotta il punto di vista di Douglas Kelley, psichiatra americano incaricato di valutare la salute mentale dei dignitari nazisti rinchiusi in attesa di giudizio. Il suo incontro con Hermann Göring, figura di spicco del regime, si trasforma progressivamente in un duello psicologico.
Interpretato da Rami Malek, Kelley cerca di accertarsi se gli imputati siano in grado di comparire davanti al tribunale. Di fronte a lui, Russell Crowe interpreta un Göring manipolatore, carismatico e pienamente consapevole della portata politica del processo. Michael Shannon è invece il procuratore Robert H. Jackson. Leo Woodall, John Slattery, Richard E. Grant e Colin Hanks completano il cast.
Presentato al Festival internazionale del cinema di Toronto e poi in competizione al Festival di San Sebastián, Nuremberg torna su un momento fondante del diritto internazionale. Il film mette a confronto l’organizzazione giudiziaria del processo con una domanda più intima: gli autori di crimini di massa rientrano in una patologia particolare o sono capaci, come persone comuni, di partecipare all’orrore?
La nostra opinione su Nuremberg :
Nuremberg affronta un momento fondamentale del XX secolo, quando il mondo, ancora sgomento di fronte all’entità dei crimini nazisti, cerca di giudicare l’indicibile. Piuttosto che ricostruire dettagliatamente il processo, il film sceglie una prospettiva più concentrata, quasi vertiginosa: quella delle analisi psicologiche degli imputati, con un’attenzione speciale per Hermann Göring.
Attraverso questo sguardo, il film pone meno l’accento sulla macchina della giustizia e più sulla natura umana, nel suo aspetto più inquietante, affrontando a viso aperto la domanda che freezing: questi uomini sono diversi da noi, o sono terribilmente simili? La narrazione si sviluppa con un tono classico, mai inertie, alternando scene di aula, colloqui tesi e momenti più introspettivi, con un ritmo che mantiene alta l’attenzione dall’inizio alla fine.
Soprattutto, sfrutta il suo contesto storico immediato — il processo si svolge appena dopo la guerra, quando il mondo si sta appena rendendo conto dell’esistenza dei campi di concentramento e di sterminio — per creare un senso di urgenza morale: si giudica mentre la comprensione si sta ancora formando, tra shock e stupore.
La ricostruzione storica è all’altezza dell’importanza, senza eccessi eidolatrici, credibile nei suoi ambienti, costumi e dettagli protocollari, e abbastanza intensa da mostrare un’epoca che non sembra un museo, ma una piaga aperta. A livello visivo, Nuremberg si distingue anche per la qualità della fotografia e del lavoro di luce: interni scuri e scolpiti, che scolpiscono i volti e creano un’atmosfera di chiaroscuro in cui la verità non emerge mai senza resistenza, in un’elegante sobrietà, senza effetti di superficie.
Ma sono soprattutto gli attori a rendere il film potente. Russell Crowe interpreta un Hermann Göring carismatico e inquietante, capace di passare da una cordialità calcolata a una violenza simbolica che riempie lo spazio; una performance a volte giudicata « XXL » da alcuni, ma che nel suo eccesso racconta qualcosa della mostruosità comune — quella capacità di occupare lo spazio, di sedurre, manipolare e raccontarsi.
Di fronte a lui, Rami Malek dà vita a uno psichiatra più introspettivo, osservatore ma anche intrappolato in ciò che scopre: un uomo che cerca segni di devianza, disumanità e inaptitudine, fino ad affrontare la conclusione più inquietante. Perché la tesi del film, oltre il thriller storico, non è tanto “perché” ma “come”: come è possibile che individui apparentemente razionali e integrati socialmente possano arrivare a tanto orrore — e come l’idea rassicurante di una differenza radicale crolla.
Nuremberg si rivolge prima di tutto a chi ama i drammatici storici e le narrazioni giudiziarie impegnative, che preferiscono la riflessione morale alla spettacolarità. Quelli che apprezzano i film di dialogo, le confronti intellettuali e i dilemmi filosofici su giustizia, responsabilità e memoria troveranno un’opera densa, seria e stimolante. Il film richiede attenzione, ascolto e una certa apertura mentale, ma ripaga questa dedizione con una ricchezza di interrogativi.
Al contrario, chi cerca un film di processo didattico, esaustivo o ricco di tensioni drammatiche intense, potrebbe restare un po’ distante. Nuremberg non mira al spettacolo né alla semplificazione, lasciando deliberatamente da parte una parte della complessità storica in favore di uno sguardo più compatto. Il suo pubblico ideale è quello adulto, curioso e disposto ad accettare un approccio più introspettivo che dimostrativo.
Da un lato, alcune critiche lamentano una semplificazione o una narrazione troppo standard, dall’altro Nuremberg compensa con la forza dell’incarnazione, la cura formale e la capacità di trasformare un capitolo di storia in un’esperienza cinematografica coinvolgente e necessaria, che ricorda senza imporsi. Uscendo dal cinema, si è scossi, non perché il film pretende di dire tutto, ma perché osa affrontare in modo diretto l’idea più scomoda: niente distingue fondamentalmente questi uomini dagli altri, ed è proprio per questo che la vigilanza non è mai un’opzione.
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