Tre anni dopo il suo primo lungometraggio, Toute une nuit sans savoir, che ha vinto l'Œil d'Or per il miglior documentario al Festival di Cannes, Payal Kapadia torna sulla Croisette. Questa volta, nel Concorso ufficiale , la regista indiana presenta il suo primo lungometraggio, All we imagine as light. E che evento, visto che si tratta del primo film indiano in Concorso Ufficiale da 30 anni a questa parte, dopo Destinée di Shaji N. Karun. L'opera sociale di Payal Kapadia è piena di speranza e, in un contesto indiano che rimane sempre patriarcale, dà voce a tre donne di età ed estrazione sociale diverse.
Infermiera a Mumbai, Prabha(Kani Kusruti) nasconde il suo turbamento interiore dedicandosi con tutto il cuore al suo lavoro, anche se il suo sguardo preoccupato non inganna nessuno. La sua vita viene sconvolta quando riceve un regalo dal marito, che non vede da anni. Nel frattempo, Anu(Divya Prabha), la sua giovane e spensierata collega e compagna di stanza, cerca invano un posto in città per condividere un po' di privacy con il suo amante. Accompagnate da un'amica, Parvaty(Chhaya Kadam), le due donne si recano nel villaggio costiero di Ratnagiri. Lì, una foresta tropicale diventa uno spazio di libertà dove i desideri delle tre possono finalmente manifestarsi.
Ambientato a Mumbai, girato di notte e sotto la pioggia - la " città dei sogni e delle illusioni" al culmine della stagione dei monsoni - il film di Payal Kapadia è allo stesso tempo denso ed etereo, contemplativo e poetico, e offre una critica tagliente ma inequivocabile della società indiana. Sebbene la regia sia discreta, sottolineata da una bella grana dell'immagine, il messaggio è ancora più forte: l'emancipazione delle donne indiane è in marcia. In corsa verso una maggiore libertà, mentre il treno serve tanto a collegare i quartieri della città quanto a muovere queste donne verso il loro destino, Payal Kapadia mette a nudo i problemi che derivano dal patriarcato secolare: il rispetto forzato per gli uomini, i matrimoni forzati e le ingiunzioni imposte alle donne indiane.
Tante battaglie da combattere insieme a quelle economiche e sociali, dal sistema delle caste da abbattere all'unione dei lavoratori che lottano per maggiori diritti; e in mezzo a tutto questo, questa confraternita che si ripiega su se stessa, ricreando un bozzolo di sicurezza che cerca di proteggere la prossima generazione chiudendo gli occhi e aprendo il cuore. Un ritratto di donne forti, femministe senza bisogno di dirlo, che evita persino di cadere nel manicheismo.
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