Garance al cinema: la nostra recensione del film con Adèle Exarchopoulos

Da Julie de Sortiraparis · Aggiornato il 21 settembre 2026 alle 11:17
Garance, il nuovo film di Jeanne Herry con Adèle Exarchopoulos e Sara Giraudeau, esce al cinema il 23 settembre 2026. Scoprite la nostra recensione di questo ritratto sensibile dell'alcolismo.

Garance, il nuovo film di Jeanne Herry, arriva al cinema il 23 settembre 2026. Presentato in concorso ufficiale al Festival di Cannes 2026, questo dramma interpretato da Adèle Exarchopoulos e Sara Giraudeau affronta l’alcolismo attraverso il percorso di una giovane attrice.

Tra la vita professionale, le relazioni amorose e i legami familiari, il film osserva le conseguenze di questa dipendenza senza fermarsi al semplice racconto della caduta. Allora, com'è Garance? Ecco la nostra recensione.

Con Garance, Jeanne Herry ritrova Adèle Exarchopoulos dopo Non vedrò mai i vostri volti e le offre questa volta tutto lo spazio. L’attrice interpreta una giovane attrice alcolista che il film accompagna per diversi anni, tra lavoro, amori, feste, angosce e una dipendenza che inizialmente non cerca né di nascondere né di combattere davvero. Un ritratto di donna crudo, sensibile e profondamente vivo, portato da una Adèle Exarchopoulos magistrale.

Perché Garance non inizia la sua storia nel negazionismo. Sa di essere alcolista. Lo dice, lo accetta e prosegue la sua vita accettando questa realtà come farebbe con qualsiasi altro tratto della sua personalità. Nessuna grande rivelazione, nessuna vergogna immediata: è un dato di fatto, punto e basta. Ed è proprio questo che rende la progressione del film così inquietante.

All'inizio Garance lavora, gioca, ama, scherza, esce e beve. Tanto. La sua dipendenza dall’alcol può ancora mimetizzarsi in una vita sociale e festaiola dove il bicchiere è sempre presente senza scatenare subito l’allarme. Poi, quasi impercettibilmente, gli equilibri cominciano a vacillare. Quello che lei considera il suo modo di vivere diventa qualcosa che chi le vuole bene non riesce più a guardare senza soffrire.

Jeanne Herry evita allora l’immagine spettacolare della caduta. Il mondo di Garance non crolla in una scena: si disfa gradualmente intorno a lei. I suoi colleghi di teatro finiscono per prendere le distanze, non perché smettano di amarla, ma proprio perché la amano ancora. «L’unica cosa che si possa fare è non guardarti affondare», le dicono in sostanza. Una frase che sintetizza abbastanza bene una delle sfide più delicate del film: cosa si può davvero fare per qualcuno che si autodistrugge senza chiedere di essere salvato?

La domanda attraversa Garance senza mai ottenere una risposta definitiva. Ci sono chi cerca di intervenire, chi rinuncia, chi accompagna e chi scopre troppo tardi la gravità della situazione. Sua madre riassume da sola una forma di cecità collettiva quando riconosce che, per lei, « il pericolo era la droga, non l’alcol ». Perché l’alcol, banale, disponibile, legato sia ai festeggiamenti sia ai pasti o al semplice bicchiere tra amici, può restare a lungo invisibile come minaccia.

Jeanne Herry filma proprio bene questa banalità. Non cerca di costruire una Garance costantemente miserabile per rendere credibile la sua dipendenza. Al contrario, la sua eroina è piena di vita. È divertente, esagerata, innamorata, a volte insopportabile, spesso commovente. Può interrogarsi, con un umorismo disarmante, sulla possibilità di essere « sotto l’influenza malefica di un essere mediocre », poi, qualche scena più avanti, lascia intravedere una fragilità molto più profonda.

Là è dove Adèle Exarchopoulos lascia il segno. È eccezionale per naturalezza, precisione e presenza. Garance avrebbe potuto facilmente diventare un personaggio dimostrativo, costruito interamente intorno alla sua dipendenza. L’attrice, però, ne fa una donna piena, bella anche nelle sue contraddizioni, capace di un’energia quasi euforica come di un esaurimento molto più silenzioso. Anche quando il personaggio diventa difficile da seguire o da comprendere, Exarchopoulos non cerca mai di conquistare artificialmente la nostra compassione.

Il film si regge molto su questa assenza di giudizio. Garance non è né perdonata né condannata. I suoi cari nemmeno. Quando non ce la fanno, Jeanne Herry non li trasforma in traditori. Quando restano, non li riduce a salvatori. Ognuno procede con quel che può offrire, con i propri limiti e le proprie contraddizioni. Una piccola frase riassume quasi da sola questa filosofia: «Si fa come si può.»

Questo è particolarmente vero per Pauline, interpretata da Sara Giraudeau. Anche questa volta il personaggio avrebbe potuto diventare la donna salvifica la cui storia d’amore riporta Garance sulla retta via. Garance fortunatamente evita questa trappola. Pauline ama questa donna per come è, senza spiegarle costantemente come dovrebbe vivere, senza ridurla al suo alcolismo e soprattutto senza immaginarsi investita della missione di rimetterla in carreggiata.

Sara Giraudeau porta a questa relazione una dolcezza notevole. Pauline sostiene, accompagna, compone, ma non giudica. Sa anche che rispettare qualcuno non significa necessariamente decidere al suo posto. Di fronte all’energia a volte travolgente di Adèle Exarchopoulos, il suo calm e contrappunto donano al film una sfumatura particolarmente toccante. La loro storia d’amore funziona perché non viene mai presentata come una cura.

Questa sfumatura è fondamentale in un film che racconta molto di come si convive con gli altri. Fino a che punto accompagnare? Quando intervenire? In quale momento prendersi cura di sé? Jeanne Herry non distribuisce né risposte giuste né sbagliate. Nemmeno la cura sfugge a un discorso edificante. Quando un medico ricorda a Garance che una vita senza anestesia può essere anche profondamente noiosa, il film osa riconoscere qualcosa di raramente espresso così semplicemente: stare meglio non significa entrare all’improvviso in un’esistenza esaltante.

Questa saga contribuisce moltissimo alla bellezza di Garance. Il film può essere duro senza essere volgare, divertente senza minimizzare ciò che racconta e tenero senza diventare compiacente. L’umorismo emerge regolarmente laddove meno te lo aspetti, come una modalità per i personaggi di continuare a vivere nel mezzo del caos piuttosto che come un tentativo di alleggerire artificiosamente il tema.

Jeanne Herry mantiene d'altro canto una regia relativamente discreta. Predilige i volti, i dialoghi e i rapporti umani piuttosto che gli effetti formali. Questa scelta può apparire troppo prudente a qualcuno, soprattutto dopo Vorrò sempre vedere i vostri volti, ma qui lascia ampio spazio alle sue attrici. I personaggi esistono nelle loro esitazioni, nelle loro goffe, nelle loro contraddizioni e talvolta semplicemente nel modo in cui guardano l'altro.

Garance non cerca mai di spiegare metodicamente l’alcolismo. Il film si concentra piuttosto su ciò che la dipendenza muove intorno a una persona: il lavoro, l’amicizia, la famiglia, l’amore, la fiducia e, infine, lo sguardo degli altri su di lei. Il suo alcolismo è centrale, ma Garance resta sempre qualcosa di più vasto di lui.

Forse è per questo che Adèle Exarchopoulos lascia un segno così forte. Non interpreta mai « una alcolizzata » prima di interpretare Garance. Incarna una donna piena di vitalità che può anche starla distruggendo, senza che queste due realtà si annullino a vicenda. Una performance magnifica, allo stesso tempo cruda e di grande delicatezza, che trova in Sara Giraudeau una partner altrettanto giusta.

Garance si rivolge in particolare agli spettatori sensibili ai ritratti dei personaggi, ai drammi umani che rifiutano i giudizi facili e al cinema di Jeanne Herry, sempre molto attenta a come gli individui cercano di convivere tra loro. Chi si aspetta una rappresentazione molto cupa, spettacolare o puramente medicalizzata della dipendenza potrebbe rimanere sorpreso dalla sua vitalità e dal suo umorismo.

Perché nonostante l’alcool, le relazioni fallite e i danni, Garance resta soprattutto un film attraversato dalla vita. I suoi personaggi amano male a volte, sbagliano, si allontanano, tornano indietro, cercano di aiutare o capiscono di non potercelo fare. Sono imperfetti, generosi, esausti, divertenti e profondamente umani. E in mezzo a loro, Adèle Exarchopoulos offre una di quelle interpretazioni da far quasi dimenticare l’attrice per vedere solo la donna di fronte a noi.

Per prolungare l’esperienza in sala, consulta le uscite cinematografiche del mese di settembre, i film da vedere in questo periodo e la nostra selezione dei drammi dell’anno.

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Informazioni pratiche

Date e orari di apertura
Dal 23 settembre 2026

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